Guerre Mondiali

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Aroldo Genga, soldato in Russia

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Aroldo Genga nasce a Pesaro il 09/06/1921. Il padre, Luigi, era un facchino mentre la madre, Nazzarena, era casalinga.
Aroldo si arruola tra i vigili del fuoco insieme a Mecchi Fausto, ma allo scoppio della seconda guerra mondiale vengono entrambi inviati al fronte russo.

Qui di seguito è riportata l'avvincente storia del signor Genga raccontata in esclusiva per il sito http://guerremondiali.altervista.org:

"Quando ero giovane ho deciso di arruolarmi nel corpo dei vigili del fuoco, insieme al signor Mecchi e ad altri amici, per poter evitare il sabato fascista, in quanto avevamo l'obbligo di addestrarci anche il sabato e quindi non partecipavamo a queste manifestazioni diacc partito.
Quando però è scoppiata la guerra il nostro superiore decise di farci reclutare nell'esercito invece di esonerarci. Ho scoperto in seguito che la scelta del comandante fu motivata dal fatto che poteva assumere altri pompieri che avrebbe fatto esonerare dal servizio militare. Queste nuove reclute erano delle persone anziane che non sarebbero mai sopravvissute alla guerra.
Siamo stati mandati a Centro di Ferrara - Reparto Arfieri. Nella Fureria vi fu una richiesta della Compagnia Antincendi di Pavia per il reclutamento dei giovani che avevano prestato servizio nei vigili del fuoco perciò ci hanno inquadrato in tale Compagnia.
Il nostro reggimento è stato poi inviato in Russia, ma per fortuna non ho mai combattuto, dato che il mio ruolo principale era quello di proteggere le vettovaglie e intervenire in caso di incendio.
Mecchi era attestato lungo il fiume Don insieme alla prima sezione, mentre io ero accampato con la seconda sezione nella cittadina di Millerovo.
Durante la vigilia di natale del 1942 ci è stato comunicato l'ordine di ritirarci e qualche ora dopo siamo stati raggiunti dai camion della prima sezione pieni di equipaggiamenti,  tra cui ho ritrovato anche lo zaino di Mecchi, ma non c'era nessuno oltre gli autisti.
Il nostro ufficiale ha ordinato alla maggior parte della sezione di ritirarsi con gli automezzi disponibili, sono partite circa 60 militare, mentre io e altri 6 commilitoni siamo rimasti per poter prendere tutto il materiale possibile e distruggere quello che eravamo costretti a lasciare sul posto.
Dopo una settimana eravamo finalmente riusciti a mettere in salvo tutto il possibile e quindi  potevamo partire. Avevamo a disposizione due camion e una autovettura su cui viaggiava l'ufficiale.
Quando stavamo per partire siamo stati fermati da soldati tedeschi che ci minacciavano, con mitra in pugno, di fermarci e di restare sul posto per combattere. Noi abbiamo estratto le armi, fortunatamente  il nostro ufficiale è riuscito a convincerli e ci hanno fatto partire senza problemi.
Con la nostra partenza dal villaggio i cittadini russi sono usciti dalle proprie abitazioni e hanno iniziato a piangere. Erano dispiaciuti della nostra ritirata poiché eravamo della compagnia antincendio e quindi ogni volta che avevano bisogno di qualche cosa noi eravamo sempre disponibili ad aiutarli.
Inoltre con la nostra presenza si sentivano più sicuri e più protetti nei confronti dei tedeschi.
Una famiglia russa, con cui avevo fatto amicizia, mi ha pure offerto un riparo e un posto dove nascondermi, ma io no ho accettato.
Cominciata la ritirata abbiamo subito constatato che questa sarebbe stata molto ardua, infatti, le strade erano gelate e piene di neve e quindi eravamo costretti ogni pochi chilometri a fermarci per liberare la sede stradale.
Un altro grosso problema era il freddo, infatti, all'interno dei camion il freddo era più intenso e, visto che i piedi stavano fermi, si rischiava il congelamento degli stessi e una possibile cancrena.
Ogni notte ci dovevamo fermare in centri abitati, perché dormire all'aperto sarebbe stato un suicidio poiché la temperatura raggiungeva anche i -40°. Ogni volta quindi dovevamo sempre chiedere alla popolazione locale di ospitarci e loro, con grande umanità, ci hanno sempre accolto.
A tal proposito mi ricordo di quando volevamo raggiungere una cittadina russa e la neve ci impediva di avanzare, quindi si decise di chiedere aiuto ai cittadini del villaggio vicino.
Il nostro ufficiale, che era andato a parlamentare, ci disse che se non fosse tornato entro due ore significava che era stato assassinato e quindi noi dovevamo difenderci da un probabile attacco.
Trascorsero alcune ore, ma ancora non si scorgeva l'ufficiale. Ad un certo punto sopraggiunge un ragazzo a bordo di una slitta, noi subito abbiamo impugnato le armi perché pensavamo fosse ostile, ma in realtà era stato inviato dal nostro ufficiale per controllare la neve presente e il numero di donne necessarie per riuscire a liberare la strada entro la sera.
Ovviamente erano le donne che svolgevano questi lavori perché gli uomini erano tutti impegnati in guerra.
Grazie a loro siamo riusciti a raggiungere il villaggio prima che la temperatura scendesse troppo e, una volta arrivati, siamo stati accolti da un signore vestito di verde che parlava perfettamente l'italiano, si supponeva fosse Palmiro Togliatti.
I residenti di quel villaggio si sono inoltre offerti di controllare i nostri mezzi e i rispettivi carichi per permetterci di riposare tutti senza essere costretti a fare dei turni di guardia.
Il viaggio poi è proseguito con continue soste per pulire la strada o per curare i piedi che si  stavano congelando finché non abbiamo raggiunto un ponte  anch'esso congelato e abbastanza pericolante dove il resto dell'esercito italiano si era fermato perché il passaggio era molto lento e difficile.
Mi ricordo di quando eravamo fermi in attesa del nostro turno e notai ad un certo punto l'arrivo di un soldato di un altro reggimento che ci chiede ospitalità sul nostro camion.
Si era già stretti dentro quel camion e quindi non ho potuto soddisfare la sua richiesta; mi ha risposto con parole poco gentili, ma in quello che ha detto c'era qualcosa a me famigliare, infatti, era dialetto pesarese.
Avendo capito che era un mio compaesano, infatti lui viveva a Pozzo (PU), ho trovato sul camion un posto per lui e un'ora dopo averlo rifocillato si è fermata un'autolettiga  vuota nella vicinanze gli ho consigliato di prendere posto su tale automezzo che sarebbe stato certamente trasportato più velocemente.
Ha accettato il mio consiglio; ci siamo salutati scambiandoci le nostre generalità. Fino alla fine della guerra non ci siamo più rivisti.
Finalmente dopo diverse vicissitudini sono riuscito a raggiungere l'Italia, ma appena arrivato vengo messo in un campo di quarantena ad Udine per controllare che non fossi stato infettato da qualche morbo e, passati 30 giorni, sono stato rimandato nella caserma a Pavia.
Qui per riconoscenza ci hanno concesso un mese di congedo, che però non siamo riusciti a goderne perché in realtà siamo rimasti nella zona per spegnere gli incendi che si creavano a causa degli insistenti bombardamenti degli Alleati, in particolar modo i bombardamenti sulla città di Milano.
E' finalmente arrivato il 1943, anno dell'armistizio, e il nostro ufficiale incarica me e altri 50 miei commilitoni di arrestare un gruppo di tedeschi che bloccava il passaggio su un ponte.
Noi andiamo di notte, per non essere visti dai tedeschi, e riusciamo a catturarli senza neanche combattere. L'ufficiale che ci aveva accompagnato ha deciso di riconsegnare le armi ai tedeschi arrestati confidando nella loro onestà, ma si è sbagliato, infatti, loro ci hanno minacciato e alla fine siamo stati costretti a seguirli se non volevamo morire.
Ci stavano portando in un accampamento tedesco seguendo una strada che costeggiava un fossato. Io e un mio amico abbiamo deciso di tentare la fuga e, quando i tedeschi erano distratti, ci siamo tuffati nel fosso. Per nostra fortuna loro non si sono accorti di nulla e siamo potuti scappare e rifugiarci in un'azienda agricola poco distante dal corso del fossato.
Appena i soldati tedeschi si sono accorti della nostra fuga hanno mandato una loro pattuglia a cercarci e sono arrivati nell'Azienda agricola che ci aveva ospitati. Il mio amico si è subito nascosto nella soffitta della casa, mentre io non avevo più tempo e sono corso dentro alla stalla e, preso un badile, ho iniziato a pulirla. Per rendere il tutto più credibile ho deciso di sporcarmi con il letame dei cavalli e, quando i tedeschi mi hanno raggiunto, sono scappati per la puzza e perché pensavano che io fossi veramente un contadino.
Ho trascorso 10 giorni nascosto in questa azienda e ovviamente lavoravo li per ringraziare i proprietari della ospitalità e della protezione.
Trascorso questo periodo ho deciso di andarmene per cercare di tornare dalla mia famiglia e quindi mi dirigo verso il centro cittadino nella speranza di raggiungere la stazione e da li arrivare fino a casa.
In città mi sono dovuto nascondere parecchie volte a causa dei soldati tedeschi e fascisti che continuavano a "reclutare" uomini.
Mi sono rifugiato in una latteria e, grazie all'aiuto della figlia del lattaio che si è finta mia moglie, sono riuscito a raggiungere la stazione. Qui ho trovato decine e decine di ragazzi che cercavano di prendere il treno per raggiungere la propria città.
Finalmente si avvicina un treno, ma il capostazione ci avverte che i vagoni sono carichi di soldati italiani arrestati che vengono traportati in Germania e quindi noi tutti fuggimmo a nasconderci. I Tedeschi, vedendo la nostra fuga, hanno deciso di inseguirci, ma, avendo un buon vantaggio, non riuscivano a raggiungerci e quindi hanno iniziato a sparare in aria intimandoci di fermarci, ma io non li ho ascoltati, anzi ho corso più veloce di prima.
A notte inoltrata dello stesso giorno sono tornato nella stazione e riesco finalmente a salire a bordo di un treno diretto a Bologna.
Il viaggio è trascorso tranquillo finché il treno non è stato fermato a un posto di blocco tedesco nei pressi di Reggio Emilia. I militari ci hanno fatto tutti scendere e allineare lungo i binari per poterci perquisire ed eventualmente arrestarci, ma io, approfittando di un attimo di distrazione loro, sono scivolato sotto il treno e mi sono rifugiato all'interno dello stesso, nascondendomi sotto i sedili.
Ripartito il treno sono uscito dal mio nascondiglio e poi, raggiunto Bologna, sono riuscito a infilarmi dentro un treno merci diretti verso ad Ancona.
Finalmente raggiunta la mia città natale, Pesaro, ho iniziato a lavorare presso un aristocratico della zona, ma quando il fronte si era spostato dalle nostre zone egli ci ha mandato tutti a casa pagandoci tre mensilità di lavoro.
Io sono fuggito, insieme a tutta la mia famiglia, a Cerreto presso la casa di mia zia. Passavo la mia intera giornata nascosto dentro ad un fosso per paura che i Tedeschi venissero a cercarci e spesso dormivo all'aperto.
Un giorno, stanco di non avere le "comodità" della casa, decido di rientrare per un paio di giorni, ma il mattino dopo sento odore di bruciato provenire dall'esterno.
Usciamo a controllare e troviamo i tedeschi con le armi in pugno che ci minacciavano. Il fuoco era stato appiccato da loro per spingerci ad uscire.
Tutti gli uomini del villaggio vengono riuniti dentro ad una stalla per poi essere portati al fronte a lavorare, ma io ho finto dei dolori di pancia e i Tedeschi, dopo la mia minaccia di fare i miei bisogni li in mezzo alla stanza, hanno deciso di farmi uscire e colsi l'occasione per scappare, ma purtroppo un tedesco che era di guardia fuori mi ferma e mi riporta insieme agli altri.
Ci hanno portato a scavare una trincea lungo la linea del fronte. Insieme a noi c'erano pure alcuni prigionieri polacchi, che il giorno dopo non rivedemmo probabilmente perché erano fuggiti.
I combattimenti erano sempre più vicini e quindi i Tedeschi, che non avevano abbastanza uomini per poterci controllare, hanno deciso di lasciarci tornare dalle nostre famiglie.
Io ho trascorso il resto della guerra nascosto dentro la casa di un altro mio parente, finché i Tedeschi non sono tornati.
Mio fratello, appena ha saputo dell'arrivo dei soldati, è scappato dalla porta sul retro, mentre io non ho fatto in tempo e quindi mi sono nascosto sotto il materasso e mia zia, con in braccio il figlio, si è seduta sopra di me.
I tedeschi fortunatamente non hanno perquisito il letto e quindi non mi hanno scoperto. Mio fratello invece si era nascosto dentro un canneto li vicino e io, dopo che i Tedeschi se ne sono andati, l'ho raggiunto e mi sono rifugiato insieme a lui.
Qualche giorno dopo mio padre è venuto a chiamarci per dirci che finalmente la guerra era finita e che noi oramai eravamo liberi dall'oppressione tedesca.
Conclusa la guerra ho iniziato a lavorare presso un idraulico, ma pochi mesi dopo il comandante dei Vigili del Fuoco di Pesaro mi mandò a chiamarmi per invitarmi a rientrare nel Corpo.
Qui, qualche anno dopo la fine della guerra, mi ha fatto visita una persona che non avrei mai sperato di rivedere: Mario Lucchetti, colui che avevo ospitato sul nostro camion durante il guado del fiume russo.
Da quel giorno siamo diventati inseparabili, quasi due fratelli, non ci fu più alcun compleanno, anniversario o qualsiasi altra festa senza la partecipazione dell'uno o dell'altro.

Ultimo aggiornamento Giovedì 01 Ottobre 2009 15:01  

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Frase celebre

"Il capitalismo è un'ingiusta ripartizione della ricchezza. Il comunismo è una giusta distribuzione della miseria."

Winston Churchill