Guerre Mondiali

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Giuseppe Celli, soldato in Africa

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Celli Giuseppe nasce a Sartiano (Novafeltria) il 26 giugno 1923, da Battista Celli e Domenica Peruzzini, originari di San Leo. All’età di 6 anni Giuseppe, insieme alla sua famiglia, si trasferisce al Pian del Bosco di Perticara (Novafeltria), dove il padre lavora come mezzadro presso una famiglia. Qui rimane fino alla partenza “volontaria” per la guerra.
La sua ideologia rispecchia quella fascista, non per volere suo, ma perché costretto dal regime e influenzato dalla sua propaganda. Inoltre nel caso in cui avesse avuto un'idea diversa e l'avesse manifestata sarebbe stato punito severamente.
Anche la partenza, ritenuta volontaria, in realtà è solo la conseguenza della politica del governo

Qui di seguito sono riportate le memorie del signor Celli raccolte pazientemente da Graziella (che ringrazio) per il sito guerremondiali.altervista.org:

Si è arruolato volontariamente oppure è stato chiamato alle armi?
Mi sono arruolato volontariamente, circa 3 mesi prima del richiamo alle armi. In realtà ho preso questa decisione perché non avevo alternative e il partito aveva promesso che i volontari avrebbero avuto dei vantaggi rispetto agli altri, ad esempio che sarebbero rimasti in Italia.

Ha mai pensato di disertare?
Pensato forse sì, anche se non l’ho mai fatto per paura delle conseguenze. Ricordo a tal proposito due episodi: uno quando ci imbarcammo per andare in Africa e un soldato si rifiutò di salire sull’aereo, verosimilmente lo trasferirono a Gaeta, nella prigione militare. Probabilmente se ci fossimo rifiutati tutti di salire forse non saremmo partiti... L’altro episodio riguarda il tentativo di alcuni commilitoni di scappare con i gommoni dalla Tunisia: venne intimato di recedere da tale intento, altrimenti li avrebbero uccisi.
In ogni caso tutti coloro che scappavano sono sempre stati catturati e puniti.

In quale reggimento è stato inquadrato e qual'era il suo grado?
Ero un soldato semplice, arruolato il 7 aprile 1942 nel 93° reggimento fanteria.
L’8 luglio 1942 fui trasferito effettivo alla 108° Legione CC.NN (Camicie Nere) in Ancona, dove era di stanza il 10° Battaglione Autonomo (ex-Voghera) trasformato in Btg “M” della M.V.S.N. (Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale). Venni incorporato nel 10°Btg “M” della M.V.S.N. e addestrato a Roma (Centocelle). Partii con tale battaglione per l’Africa Settentrionale il 1° febbraio del 1943.

Com'era il rapporto tra soldati e ufficiali? E tra i commilitoni c'era solidarietà?

Con gli ufficiali il rapporto era quello solito tra superiori e subalterni. In Africa però venivamo trattati un po' meglio, forse perché erano i tedeschi che comandavano e tutti dovevamo obbedire.
Tra i commilitoni invece c'era ovviamente un senso di affetto e amicizia, perché tutti eravamo nella stessa condizione e avevamo lo stesso destino.
Quando un compagno era ferito oppure aveva bisogno di qualcosa noi tutti facevamo a gara per aiutarlo, per quanto fosse possibile.

Com'era l'equipaggiamento che veniva dato in dotazione? E il cibo era sufficiente oppure soffrivate la fame?
L'equipaggiamento comprendeva: divisa coloniale con nome, zaino, scarpe, elmetto, armamento (fucile, cannone calibro 47, piccolo, si tirava a mano). Quando eravamo in addestramento a Roma non abbiamo sofferto la fame, anche se il cibo non era abbondante. Ricordo di aver dato diverse volte un pezzo di pane a una donna con un bambino in braccio che veniva spesso a chiedere qualcosa da mangiare.
La razione al fronte era 150 gr di pane al giorno, una galletta bagnata, scatoletta e acqua. Per lo sforzo fisico che dovevamo affrontare e per il caldo insopportabile il cibo era insufficiente. Spesso poi il cibo non ci veniva neanche consegnato, ma cosa ancor peggiore è che molte volte scarseggiava l'acqua da bere e a causa del caldo questa mancanza era ancora più sentita.

Le condizioni igieniche come erano? E' morto qualche suo commilitone a causa delle scarse condizioni igieniche?

Non si poteva rimediare nemmeno l’acqua da bere, figuriamoci per lavarci. Non ci si lavava proprio, ma che io sappia non è mai morto nessuno per le scarse condizioni igieniche.

Ha combattuto a fianco delle truppe tedesche? Se sì, com'era il rapporto tra i due eserciti?

Sì, e il rapporto con alcuni soldati era buono. Molti di loro erano figli di italiani emigrati in Germania e quindi parlavano la nostra lingua. Ne ricordo uno che mi passava di nascosto dei libri da leggere, se ti prendevano con questi venivi deportato... Ovviamente  questo succedeva dopo il “volta faccia” italiano, ossia dopo che non eravamo più loro alleati le cose cambiarono.

A quali battaglie ha combattuto? Cosa provava al momento della battaglia?
Le battaglie in Tunisia, con continui combattimenti e ritirate. La battaglia faceva paura a tutti.

Ha visto morire qualche suo compagno?
Molti, purtroppo. Appena arrivati in Tunisia, il Tenente stava dando una punizione a un soldato, eravamo in piedi l’uno di fronte all’altro, è caduta una bomba, la cui deflagrazione ha dilaniato il tenente, rendendo inutile ogni tipo di soccorso. Un giorno mentre facevo il giro della posta (a prenderla e poi distribuirla) un soldato si lamentava, mi sono avvicinato per capire cosa avesse. Ho constatato con ribrezzo che aveva l’intestino fuori. L’abbiamo caricato delicatamente su un camion che l'avrebbe trasportato nel più vicino ospedale militare.
Noi eravamo in prima linea e tutti i giorni ci mitragliavano e molti di noi non tornarono a casa dalle proprie famiglie.

In quale occasione è stato catturato dalle truppe alleate (se possibile indicarmi di che nazionalità e da chi erano comandate, mi interessa il generale)?
Fui fatto prigioniero a metà maggio (?13 Maggio 1943?) dopo furiosi attacchi presso Takruna, un villaggio montano strategico con strapiombi e un solo accesso. Deponemmo le armi al nemico, ma questi non accettarono subito la resa, per paura che fosse una trappola, ed arrivarono solo dopo qualche giorno. Erano truppe africane sotto il comando del generale francese De Gaulle.

Com'erano i campi di prigionia degli "alleati" e com'è stata la permanenza li?

Il primo campo di prigionia, subito dopo la cattura a Takruna, fu quello di Algeri situato nello stadio. Qui furono radunati 250mila prigionieri, che aspettavano la loro destinazione in altri campi di prigionia. Io venni in seguito imbarcato per “destinazione ignota” nelle stive di una nave da carico (faceva caldissimo) e dopo 11 giorni di viaggio arrivammo a Liverpool, caricati su un camion e trasportati al campo di prigionia n°28 vicino a Nottingham. Questo campo di baracche era circondato da filo spinato, sorvegliato da soldati inglesi. C’erano insieme a noi solo i sergenti maggiori, gli ufficiali no. Ricordo un capitano italiano (di Milano) che portava la “caramella” all’occhio. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 la sorveglianza del campo era ridotta. Nelle baracche a volte c’erano più di 40 persone. Qui contrassi la pleurite, poiché ero l’ultimo vicino alla porta dei servizi. Rimasi in Inghilterra dal ’43 al ’44.
Durante il giorno lavoravo nei campi. Alla mattina un camion passava a prendere i prigionieri e li portava nelle campagne o fattorie a lavorare.

L'hanno sempre trattata con dignità e umanità?

In generale sì.

Come ha ritrovato l'Italia al suo ritorno?
Ammalato di pleurite nel febbraio del ’44 venni rimpatriato con una nave ospedale. Dopo 10 giorni di viaggio arrivai a Brindisi e poi all’ospedale di Mesagne. Vi rimasi 6 mesi. Dopo di che, assieme ad altri due commilitoni di Rimini, iniziai un viaggio a piedi e con mezzi di fortuna verso casa. Durante il tragitto lo scenario era sempre lo stesso, macerie ovunque. Era freddo e, giunti a Pesaro, cominciò anche a nevicare. Qui c’erano ancora operazioni militari. Riuscimmo a sfuggire a un posto di blocco sul ponte vecchio, grazie all’aiuto di 2 donne che abitavano lungo il fiume Foglia. Ma sulla Siligata fummo fermati da 2 militari anglo-americani che volevano riportarci a Pescara, dove c’era un campo per “disertori”. Alla fine mi domandarono da quanto tempo fossi fuori casa, e io risposi: “E’ da 3 anni che non vediamo la mamma”. Forse inteneriti da quella risposta o semplicemente per fortuna, ci lasciarono andare. Il 5 gennaio del ’45, con la neve alta, ritornai a casa, al Pian del Bosco di Perticara (Novafeltria).


Che idea si è fatto della guerra?
Penso che sia una delle piaghe del mondo.
Secondo me le guerre sono da evitare, perché alla fine non c'è mai né un vinto, né un vincitore. Anche se uno stato ne ha sconfitto un altro, entrambi hanno subito gravissime perdite, non tanto materiali, ma soprattutto umane e questo significa che la guerra ha solo portato distruzione e sofferenza.

Ultimo aggiornamento Sabato 29 Agosto 2009 11:12  

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Frase celebre

"Il capitalismo è un'ingiusta ripartizione della ricchezza. Il comunismo è una giusta distribuzione della miseria."

Winston Churchill