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Mecchi Fausto, soldato e prigioniero

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Mecchi Fausto nasce ad Ancy il 22/05/1921 e all'età di 2 anni si trasferisce in Italia, più precisamente a Pesaro.
Il padre faceva qualsiasi lavoro gli venisse proposto: l'operaio, il marinaio, il cuoco... Era un convinto socialista e per questo motivo un giorno le camicie nere lo aspettarono fuori dalla fonderia, dove stava lavorando, per minacciarlo e picchiarlo. Fortunatamente i colleghi lo avvisarono permettendogli di scappare passando dal retro. Per la paura di essere ancora perseguitato o arrestato e fucilato il padre di Mecchi decise di scappare in Francia insieme a tutta la famiglia.
Successivamente, il fratello maggiore si ammalò ed il medico che lo aveva in cura consigliò alla famiglia di trasferirsi in una località di mare. Per questo motivo la madre, insieme ai tre figli, ritornò in Italia, mentre il padre si trasferì in America.
Anche la madre fu costretta a fare tutti i lavori che le venivano offerti, come per esempio vendere il carbone o la frutta, per poter mantenere la famiglia.
L'ideologia politica di Fausto è stata influenzata dal padre ed infatti egli è sempre stato assolutamente contrario a tutta l'ideologia fascista.

Muore a Pesaro il 13 marzo 2014.


Qui di seguito è riportata l'intervista rilasciata in esclusiva dal signor Mecchi Fausto per il sito guerremondiali.altervista.org:


Qual'è stata la sua reazione quando ha sapuro dell'inizio della guerra?
Appena ho sentito che la Germania ha invaso la Polonia mi sono messo a piangere, perché era intuibile l'inizio di un'altra tragedia che avrebbe comportato la morte di milioni di persone, anche civili.

Lei però ha combattuto questa guerra; si è arruolato volontariamente oppure è stato chiamato alle armi?
La mia storia è tristemente divertente infatti non sarei dovuto partire per la guerra, poiché ero un vigile del fuoco in servizio continuativo dovevo essere esonerato per prestare servizio nella mia città, ma così non è stato.
Il mio superiore, simpatizzante al partito fascista, ha deciso di inviare me e altri due vigili a prestare servizio militare.
Mi ricordo che l'ufficiale reclutatore, quando sceglieva in quale reggimento assegnarci, diceva ai miei colleghi delle altre città: "Lei è vigile del fuoco a Pavia? Esonerato. Lei è vigile del fuoco a Milano? Esonerato..." e così via finché non è toccato a noi e ha detto "Vigile del fuoco operativo a Pesaro? Assegnato alla compagnia antincendi dell'esercito".

Ha mai pensato di disertare e perché?
No, l'idea non mi ha neanche mai sfiorato, perché, nonostante non fossi assolutamente contento di andare in guerra, non avevo alcun posto dove poter fuggire e nel caso in cui i fascisti mi avessero scoperto a disertare mi avrebbero fucilato all'istante.

A quale reggimento era stato assegnato e chi era il generale che vi comandava?
Io ero stato stato assegnato alla compagnia antincendio del 3° Battaglione del Genio.
Sinceramente non conosco il nome del nostro generale, anche perché non c'era alcun contatto tra noi e gli ufficiali di più alto grado.

Qual'era il vostro compito?
Essendo praticamente dei vigili del fuoco, dovevamo principalmente spegnere gli incendi, ma avevamo anche il compito di controllare la cambusa e le scorte del materiale bellico.

Com'era l'equipaggiamento che vi era stato dato? Era adatto per le missioni che dovevate affrontare oppure no?
La mia compagnia ha avuto la fortuna di avere un doppio equipaggiamento, infatti, avevamo l'equipaggiamento da vigili del fuoco e quello militare.
L'equipaggiamento militare comprendeva una divisa, composta da pantaloni e camicia, completamente nera, una giacca di pelle, sempre nera, e infine un paio di stivali; inoltre avevamo, come già detto, anche l'equipaggiamento specifico da vigile del fuoco.
Diciamo che le dotazioni erano abbastanza adatte, ma quando siamo andati in Russia gli stivali non erano sufficientemente pesanti e quindi rischiavamo la cancrena ai piedi.

Com'era il cibo che veniva distribuito?
Il cibo che doveva essere distribuito ai soldati era buonissimo e abbondante, peccato però che gli ufficiali non ci lasciassero mai nulla.
La distribuzione del cibo infatti avveniva in questo modo: i generali, o meglio i loro appuntati, prendevano il cibo per primi e si rifornivano di abbondanti quantità di carne e di pasta, poi era il turno  dei gradi inferiori, che prendevano anch'essi porzioni molto abbondanti e infine qello che restava veniva distribuito tra i soldati e spesso e volentieri non era sufficiente neanche a sfamarci.
Molte volte inoltre il cibo era dei giorni precedenti, quindi era ammuffito o immangiabile.

Com'era il rapporto tra soldati e ufficiali?
Non molto fraterno, soprattutto a causa delle angherie che subivamo ,come  il fatto del cibo che ho già raccontato.
Ovviamente c'erano delle eccezioni. Mi ricordo di un tenente, che noi scherzosamente chiamavamo tenente "Manubrio" a causa del suo strano modo di tenere le braccia; lui era ben voluto da noi soldati, perché  pretendeva il rispetto assoluto delle regole, anche dagli ufficiali di grado superiore e quindi, quando lui doveva controllare la distribuzione dei viveri, questi venivano dati nella giusta misura.

Com'era invece il rapporto tra commilitoni?

Beh tra i soldati c'era un sentimento di fraternità e solidarietà, come è normale che vi sia.
Tra i vari reggimenti invece non sempre scorreva buon sangue. Capitavano spesso dei piccoli affronti verbali, soprattutto causati dall'invidia.

Qual'è stata la sua prima vera esperienza di guerra?
Nel 1941 sono stato inviato al fronte russo, quello diretti verso i giacimenti del Caucaso.
Come già detto ero della compagnia antincendio e quindi non sono mai andato a combattere infatti il mio compito principale era quello di proteggere il materiale bellico nelle retrovie.

Combattevate a fianco dei tedeschi? Com'era il rapporto tra i due eserciti?
Non combattevamo proprio a fianco dei tedeschi, loro affrontavano la loro campagna e noi la nostra quindi le interazioni tra i due eserciti non erano molte, nonostante questo c'era un odio profondo tra Tedeschi ed Italiani.
Paradossalmente i Russi ci volevano tutto sommato bene.

In che senso vi volevano bene?
La popolazione locale non era cattiva con noi.
Mi ricordo di quando stavamo marciando ininterrottamente per tre giorni e finalmente l'ufficiale ci diede l'ordine di accamparci in una casa a ridosso di un fienile enorme.
Noi tutti ci proteggevamo dal freddo sotto la paglia, ma ad un certo punto i piedi hanno iniziato a farmi male.
Ho camminato per diversi minuti per cercare di calmare il dolore, ma questo non passava. Una contadina russa, notando la mia instabilità nel camminare, mi ha invitato nella sua abitazione per curarmi.
Una volta in casa mi ha fatto immergere i piedi in una bacinella piena di ghiaccio e poi mi ha fatto dei massaggi per riattivare la circolazione. Questi massaggi erano accompagnati da dei bagni in delle bacinlle con acqua via via sempre più calda.
Dopodichè mi ha fasciato i piedi con delle bende ingrassate e mi ha dato delle scarpe con la suola ricavata da un copertone di una  bicicletta.
Grazie alle sue cure sono riuscito ad evitare la cancrena, altrimenti sarei morto.
Ovviamente non l'ha fatto gratuitamente infatti, mi ha chiesto in cambio la mia giacca, prezzo che ho pagato volentieri.

Come era la vita negli accampamenti?

Dormivamo nelle tende e, a causa del freddo invernale, si rischiava sempre di morire assiderati.
Per questo motivo noi scavavamo una fossa e ci infilavamo dentro per poter restare più caldi; inoltre costruivamo delle barriere contro il vento utilizzando i rami degli alberi.
Pensate che quando ci veniva data la minestra, questa era completamente congelata e non si riusciva a riscaldarla.
In sostanza era molto dura la vita e molte persone sono morte a causa del freddo e delle epidemie.

Lei mi aveva detto che era stato catturato, in quale occasione è successo?
Era il 24 dicembre 1941 e ci era stato trasmesso l'ordine di ritirarci. Il nostro comandante, un invasato, ha dato l'ordine di caricare l'equipaggiamento sui camion e farli rientrare, mentre le truppe dovevano avanzare.
Dopo qualche giorno di marcia le truppe sovietiche ci hanno accerchiato e hanno catturato tutta la colonna di circa 11.000 soldati.

Le truppe sovietiche hanno ucciso le persone che si sono arrese oppure non hanno infierito?
Non hanno alzato un dito contro i prigionieri e ci hanno sempre trattato con dignità.

Dove vi hanno portato?

Siamo stati portati nel campo di Tambov, uno dei più grandi presenti in zona infatti, quando siamo arrivati ,abbiamo incontrato truppe di ogni nazionalità: Finlandesi, Bulgari, Rumeni..., ed eravamo in totale oltre 22.000 persone.

Com'erano le condizioni igieniche del campo? E i vostri carcerieri vi maltrattavano?
Il campo era composto da tante case di circa 100 mq ognuna, all'interno di queste c'erano dei tavoloni che correvano lungo le pareti e questi fungevano da letti per i prigionieri. Le case erano interamente di legno e, per poter renderle più calde, venivano costruite per metà sotto terra mentre il resto era ricoperto di terra.
I Russi controllavano il campo dall'esterno e intervenivano solo in caso di fuga, quindi non avevamo contatti con loro.
Possiamo dire che i Russi ci permettevano di autogestirci.

E come vi autogestivate?
Prima di tutto si formavano dei gruppi in base alla nazionalità, poi all'interno di questi si nominava un capo che doveva coordinare tutta la vita del gruppo.
Quando veniva distribuito il cibo i vari gruppi si combattevano sempre tra di loro per poterne rubare un po' alle altre persone.
Una volta raggiunta la propria casa il capo aveva poi il compito di dividere nelle giuste proporzioni il cibo che avevamo guadagnato.
Tutti noi avevamo un bilancino per poter controllare che la pietanza fosse stata divisia correttamente.

Ha mai avuto paura di morire?
Ogni giorno temevo di non sopravvivere; è stata molto più dura la prigionia che non la vita da soldato.
Dentro i campi ho visto migliaia di miei compagni morire a causa di malattie o di stenti.

Quando ha potuto lasciare il campo?
Verso la fine di marzo del 1942 siamo stati rilasciati. All'interno del campo erano rimaste vive soltanto una sessantina di prigionieri dei 22.000 che eravamo. I restanti erano tutti morti a causa di un'epidemia di tifo petecchiale trasmesso dai Tedeschi arrivati da Stalingrado. Dopo essere stati rilasciati però ci hanno portato in un ospedale militare situato oltre gli Urali, dove ci hanno tenuto in quarantena.

Faceva qualche lavoro all'interno dell'ospedale militare?

Svolgevo la mansione di aiuto infermiere, nonostante non avessi alcuna conoscienza medica.
Mi ricordo un episodio quando mi avevano consegnato una bottiglia con una grande C scritta sopra; non sapevo cosa fosse e quindi ho dato un cucchiaio di questo liquido a tutte le persone ricoverate.
Dopo averlo distribuito a tutti ne erano rimaste due dita e quindi me lo sono bevuto tutto io.
Pochi giorni dopo ho avuto un'eruzione cutanea e avevo capito che quella bottiglia conteneva vitamina C.

Finita la quarantena è stato rimandato in Italia?
No, assolutamente. Sono stato inviato a lavorare nelle piantagioni di cotone nel Turkestein e solo dopo la fine della guerra sono stato rilasciato e ho potuto raggiungere l'Italia.

E' tornato a casa immediatamente?
No, anche il ritorno a casa è stata un'avventura. Dal Turkestein siamo andati a Mosca con il treno e, sempre con lo stesso mezzo, abbiamo raggiunto Leningrado.
Da li siamo andati verso Varsavia e poi Berlino, qui siamo stati presi in consegna dai Francesi che ci hanno mandato nel Brennero, in un campo di disinfestazione e quarantena.
Dopo aver superato gli esami sulla salute siamo stati rivestiti e abbiamo raggiunto Roma, qui ci hanno dato dei biglietti per il ritorno a casa.

Tornato a casa come ha ritrovato la sua città? Si è sentito spaesato?

Quando sono entrato a Pesaro ho trovato solo macerie e distruzione ovunque, non riconoscevo più la città.
Fortunatamente in stazione ho rincontrato un vecchio amico che mi ha guidato fino a casa mia, altrimenti non sarei mai stato in grado di raggiungerla, perché la città che avevo lasciato non era la stessa che ho ritrovato.

Ultimo aggiornamento Sabato 12 Aprile 2014 10:30  

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