Guerre Mondiali

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La visione della guerra tra i letterati

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La questione della guerra raccoglie da parte degli uomini di cultura pareri e reazioni contrastanti. Di seguito sono riportate alcune delle ideologie più largamente condivise.

 

Guerra proletaria
Poco prima della sua morte Giovanni Pascoli pronuncia a Barga, il 26 novembre 1911, il celebre discorso “La grande proletaria s'è mossa”, a sostegno della campagna di Libia. L'autore ricorre a motivazioni nazionaliste e populiste, configurandosi come un pre-interventista. Il discorso mira ad esaltare il prestigio della nazione italiana, inteso come prestigio militare, e il ruolo patriottico e pedagogico dell'esercito; ricorre alla storia dell'antica Roma vista come esempio di politica imperialista e soprattutto si appella al diritto della nazione proletaria a conquistare nuove terre per garantire lavoro ai suoi figli. La Libia viene definita «una vasta regione bagnata dal nostro mare, verso la quale guardano, come sentinelle avanzate, piccole isole nostre, verso la quale si protende impaziente la nostra isola grande...» . L'espansione verso la Libia rappresenta la soluzione ai conflitti di classe. Si parla di guerra proletaria proprio in tal senso: Pascoli si mostra sensibile alla tematica dell'emigrazione e alla questione contadina. Tuttavia, un elemento chiave contraddistingue il suo messaggio dalla retorica bellicista dannunziana: lo sforzo continuo di esorcizzare la violenza. La propaganda pascoliana è capace di mescolare esaltazione eroica e buoni sentimenti (i soldati dal «cuore pio»). Proprio per questo motivo essa risulta efficace presso le masse piccolo-borghesi.

 

Guerra mitizzata
Il nazionalismo pascoliano e il mito della guerra come cura dei mali personali e del disordine sociale caratterizzano tutta la propaganda culturale interventista. La maggior parte degli intellettuali italiani, anziché utilizzare gli strumenti culturali per demistificare la guerra, preferisce schierarsi a favore del conflitto. Questo fenomeno ha motivazioni complesse.
Da un lato, il clima irrazionalista imperante all'epoca induce all'esaltazione della violenza creatrice: la guerra viene esaltata come «unica igiene del mondo». Del 1909 è il primo Manifesto del Futurismo, apparso il 20 Febbraio sul “Figaro” francese, un «manifesto di violenza travolgente e incendiaria»: è nell'ottica della modernità, del dinamismo, della velocità, dell'azione violenta che si configura anche l'interesse futurista per la guerra. D'altra parte, il senso di frustrazione e impotenza degli intellettuali piccolo-borghesi, scatenato dai processi economici e politici dell'imperialismo, provoca in essi una vera e propria corsa all'azione e all'intervento politico, per recuperare la funzione che essi hanno perduto.
Altre motivazioni si possono ricercare nell'esigenza di un'identità nazionale forte. In Papini e negli stessi futuristi essa sfocia in un'esaltazione orgiastica della guerra; nella semplice ricerca esistenziale di autenticità e di avventura (Comisso motiva così la sua esaltazione della guerra); nelle velleità eroiche del superuomo. Ecco delinearsi un nuovo modo di intendere il poeta, l'uomo di cultura: D'Annunzio reagisce al senso di impotenza che grava sul protagonismo individuale proponendo appunto questo nuovo mito, che desume dalla propria interpretazione di Nietzche. Si tratta di un uomo sfrondato di ogni sovrastruttura, nella cui ideologia si fondono culto della bellezza e della forza. La sua velleità di conquista ne determina la fortuna nei futuri regimi autoritari e orienta le tendenze aggressive e belliciste di gran parte dell'opinione pubblica dell'epoca.

La guerra, per i “moralisti” vociani come Jahier, rappresenta invece la riscoperta dei valori morali di solidarietà umana. Per altri, come Borgese, è desiderio di coesione gregaria nel gruppo; infine, per Gadda, è uno strumento per dare ordine e disciplina alla vita.

Ben presto, la retorica bellicista si scontra con la realtà delle masse di contadini-soldati, estranei ai valori patriottici, con la durezza della vita di trincea e con i massacri. La guerra come avventura persiste solo in pochi scrittori come D'Annunzio e Marinetti, che combattono da privilegiati.

 

Guerra sconsacrata
Chi vive la dura guerra di trincea sperimenta il drastico divario tra illusioni e realtà. E' totale ora la demistificazione delle ragioni della guerra, ma variano le prospettive: Jahier sente il dovere di restare in guerra al fianco del popolo contadino, Rebora denuncia il disinganno e il naufragio di ogni speranza e fede, Ungaretti vive quotidianamente il confronto con l'esperienza della morte come pura esperienza esistenziale. Ungaretti combatte la guerra come poeta-soldato aspirando a rappresentare la totalità degli uomini. Ma il continuo confronto con la morte fa cadere in lui ogni sentimento patriottico e ogni ideologia celebrativa. Nella sua raccolta, l'Allegria, viene meno anche ogni caratterizzazione storica o politica dell'esperienza bellica. La continua distruzione è piuttosto il segnale della precarietà della vita umana. All'istintiva riaffermazione del valore della vita in un panorama di sterminio allude anche il titolo originale della raccolta, Allegria di naufragi.

Un autore che perviene all'aperta sconsacrazione della guerra è invece Lussu, che scrive “Un anno sull'Altipiano”, libro che rievoca la sua esperienza di guerra sull'altopiano di Asiago tra il 1916 e il 1917. Lussu riflette anche sul carattere particolare della guerra, in particolare di quella di trincea, con un nemico spesso invisibile e spersonalizzato. Infine, Malaparte rievoca la rotta di Caporetto come sciopero militare e rivolta sociale.

 

I “War poets” inglesi
L'orrore e l'eroismo della Prima Guerra Mondiale ispira un'intera generazione di poeti inglesi, denominati appunto “War poets”, ossia poeti della guerra. Due di essi hanno importanza particolare: Rupert Brooke e Wilfred Owen, entrambi morti durante il conflitto.

Rupert Brooke dopo lo scoppio del conflitto raggiunge come ufficiale la Royal Naval Division. Nel dicembre 1914 scrive cinque sonetti di guerra che lo rendono famoso. La sua concezione del conflitto appare ben evidente in uno di essi, “The soldier " (il soldato), pervaso da un forte sentimento patriottico. L'Inghilterra assume nel sonetto i tratti di una madre e insieme di un'amante; la morte viene accettata, nella prospettiva di un eterno e pacifico riposo in un paradiso inglese.

Wilfred Owen sperimenta la guerra in modo più diretto, soffre di trauma da combattimento e ha continui incubi causati dall'esperienza del conflitto. Scrive dunque poesie come forma di terapia. Fa trasparire la sua denuncia nel poema “Dulce et decorum est”, dietro la cruda descrizione di un attacco di gas e dei suoi effetti. Così, l'antica formula latina “dulce et decorum est pro patria mori” (è dolce e decoroso morire per la patria), non può che apparirgli solamente una vecchia bugia.

 

L'esperienza francese
Un'importante testimonianza dell'esperienza della Prima Guerra Mondiale in Francia si ha con Maurice Genevoix, membro dell'Académie FranÇaise. Dedica alla Grande Guerra quattro romanzi, raggruppati sotto il titolo “Ceux de 14” (Quelli del '14). In uno di essi, “La mort de près” (La morte da vicino), descrive ciò che vive presso Verdun nel 1915, quando i due eserciti, francese e tedesco faccia a faccia, in trincea, si disputano aspramente qualche metro di terreno.

Anche Guillaume Apollinaire è impegnato in guerra, e pubblica sul tema diverse raccolte. Il poema-calligramma “Il pleut” (Piove), appartenente alla raccolta Poèmes Epistulaires del 1918, rappresenta una speranza nella fine del conflitto. Il poeta, ricoverato in ospedale a causa di una ferita in testa contratta in guerra, ripensa ai suoi amici sul fronte e augura loro la vittoria. Ancora più evidente è la tragicità dell'esperienza bellica nel “La colombe poignardée” (La colomba pugnalata), altro poema-calligramma in cui la disposizione delle parole suggerisce l'immagine dell'occhio del poeta che piange a causa della nostalgia per i suoi amici morti in guerra.

Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Settembre 2009 15:44  

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Frase celebre

"Non ho idea di quali armi serviranno per combattere la terza Guerra Mondiale, ma la quarta sarà combattuta coi bastoni e con le pietre"

Albert Einstein